La risposta breve: conviene lasciare il lavoro per il proprio progetto solo quando la decisione regge sui dati, non sull'entusiasmo di un lunedì storto o sulla paura di restare. Il posto fisso non si molla di slancio e non si tiene per inerzia: si decide con un criterio. In questo articolo ti racconto quale, partendo da una Kia Picanto carica fino al tetto.
Mio nonno si chiamava Donato, come me.
L'estate in cui dovevo partire per la Germania mi fece una proposta che nessun concessionario al mondo avrebbe firmato: lui si prendeva la mia Fiat 600 blu, vecchia e stanca, e io mi prendevo la sua Kia Picanto a GPL. Nuova. Comprata da poco.
Provai a dire qualcosa. Non ci fu niente da discutere.
«Il futuro è tuo. Il passato lo tengo io al sicuro.»
All'epoca mi sembrò una di quelle frasi che i nonni dicono per chiudere il discorso. Ci ho messo vent'anni a capirla.
Caricai la Picanto fino al tetto. Scatoloni, borse, vestiti, libri. Era così piena che dallo specchietto retrovisore non vedevo più la strada: vedevo solo il mio trasloco che mi fissava. Partii in pantaloncini e maglietta, vestito da uno che va al mare. Solo che davanti avevo millecinquecento chilometri nella direzione opposta al mare.
Mentre caricavo, mia nonna si avvicinò allo zaino e ci infilò le sue provviste: scatolette di tonno, un pacco di sale, un pacco di zucchero. «Nonna, in Germania queste cose ci sono. Avrò tutto.» Gliele rimisi in mano. Per lei stavo partendo verso un posto dove non c'era nemmeno il sale. Col senno di poi, aveva torto solo a metà: il sale in Germania c'era, era tutto il resto che sarebbe mancato.
Misi in moto con il sole già alto e i Metallica nello stereo, gli Iron Maiden in coda pronti a dare il cambio. Una tirata sola, fino in Germania, senza fermarmi a dormire. E qui ti aspetti la confessione: che dietro l'entusiasmo tremavo, che ho pianto al primo autogrill. No. Ero felice. Però una cosa la devi sapere: non credevo in me stesso. Per niente. Ero uno che pochi anni prima si vergognava di parlare al citofono, e stavo partendo per un dottorato in un paese di cui non parlavo la lingua, senza un amico ad aspettarmi dall'altra parte.
Sono partito lo stesso. E la sicurezza è arrivata dopo, a pezzi, e sempre in ritardo.
Perché non riesci a decidere se lasciare il posto fisso?
Il tuo bivio magari con la Germania non c'entra niente. Però il momento è identico: da una parte il posto fisso, dall'altra il progetto tuo. Conosci le opzioni a memoria, le hai rigirate in testa mille volte, e non scegli. Ti dici che ti manca ancora qualche informazione. Ci sono passato: quella che manca, quasi sempre, è la fiducia per scegliere.
E intanto una vocina ti parla, di notte soprattutto, e ti fa sempre la stessa domanda: e se sbagli?
Quella vocina ce l'ho anch'io. Ce l'ho ancora oggi, dopo un dottorato, una carriera che vista da fuori sembra una scala salita di corsa, una famiglia e due burnout. La vocina non se n'è andata, e ho smesso di volerla zittire: sta facendo il suo lavoro. Ti avvisa che sei davanti a qualcosa di importante. Il problema comincia quando le lasci l'ultima parola.
Conviene lasciare il lavoro per il proprio progetto?
Dipende. Lo so, da uno che è partito con la macchina carica e i Metallica a palla ti aspetteresti un bel «molla tutto». Non te lo dico, perché sarebbe una bugia comoda: ho visto persone per cui andarsene era la scelta giusta da anni, e persone per cui il progetto poteva crescere benissimo di sera e nel weekend, senza bruciare lo stipendio che lo stava finanziando.
Il punto vero è un altro: quasi nessuno decide con un criterio. Si decide con l'umore. Il capo ti tratta male e giuri che ti licenzi; arriva lo stipendio e rimandi di un altro anno. Così passano cinque anni, e il progetto resta nel cassetto insieme al rancore.
Le domande da farsi sono più noiose e più utili. Quanti mesi di spese hai da parte, contando tutto. Il tuo progetto ha già incassato un euro vero da qualcuno che non è tua madre. Cosa fai, di preciso, se tra dodici mesi non funziona. Se leggerle ti dà fastidio, ho una notizia: il fastidio indica il punto esatto in cui la vocina sta coprendo un buco di dati.
Ti pentirai di più se resti o se vai?
Su una cosa la ricerca parla abbastanza chiaro. Due psicologi della Cornell, Thomas Gilovich e Victoria Medvec, hanno studiato per anni i rimpianti: nel breve periodo bruciano di più gli errori commessi, ma sulla distanza le persone rimpiangono molto di più le cose che non hanno fatto. Semplifico, e gli studiosi storcerebbero il naso, però il succo regge: «resto fermo» non è la scelta neutra che sembra. Anche restare è una decisione, e ha un costo che si presenta tardi, quando il conto è più salato.
Attento però a non leggerci quello che non c'è scritto: nessuno studio ti ordina di mollare il posto fisso. Dice una cosa più piccola e più scomoda: se tra dieci anni questa scelta ti mancherà, il modo peggiore di gestirla è non deciderla mai.
Come si decide senza pentirsene?
Con un metodo. Il mio si chiama Metodo 5D, e la prima D è quella che il novanta per cento delle persone salta: i Dati. Prima di chiederti se hai il coraggio, chiediti cosa sai davvero. Perché il bivio «resto o vado» quasi mai si decide in un giorno: si prepara, mettendo insieme prove piccole finché la scelta smette di essere un salto nel buio e diventa un passo lungo.
Lo strumento: la riga e le due colonne
Versione da cinque minuti, oggi, senza comprare niente. Prendi un foglio e scrivi il tuo bivio in una riga: «lascio il posto fisso per il mio progetto o resto». Sotto, due colonne. Nella prima, cosa sai per certo: risparmi, spese mensili, clienti veri, euro già incassati dal progetto. Nella seconda, cosa stai solo temendo o sperando: «di sicuro fallirò», «appena parto arriveranno i clienti».
Poi guarda le proporzioni. Se la colonna dei fatti è quasi vuota, prima di pensare alle dimissioni ti serve il primo dato: un cliente pagante trovato di sera, o un mese vissuto con il budget che avresti da libero professionista. La misura giusta della mossa è quella che uso per tutto: ti mette un po' a disagio e la puoi fare entro domani. E se il tuo problema è che di progetti ne hai dieci e non sai nemmeno quale scrivere nella riga, c'è un esercizio apposta per quello.
E la Picanto come è finita?
La Picanto mi ha portato fino in Germania, con lo specchietto coperto dagli scatoloni. Ho guidato millecinquecento chilometri guardando solo avanti, perché indietro non si vedeva niente. E solo vent'anni dopo ho capito che mio nonno, insieme alle chiavi, mi aveva consegnato il criterio: il futuro era mio, il passato lo teneva lui al sicuro. Non era un invito a scappare, era il permesso di partire senza rinnegare da dove venivo.
Se sei fermo a quel bivio, la storia intera la trovi nel mio libro «Resto o Vado?»: il metodo delle 5D per decidere tra il devo e il voglio, raccontato con le mie partenze e soprattutto con i miei errori. Dentro non trovi incitamenti a mollare tutto: trovi un modo per decidere senza pentirtene.
Io intanto rimetto su i Metallica.